Sempre più imprese tedesche che in passato avevano delocalizzato parti della produzione all'estero decidono di fare marcia indietro e di tornare in Germania. Lo rivela uno studio del "Fraunhofer Institut für System- und Innovationsforschung" presentato nei giorni scorsi.
Da metà 2004 a oggi la quota di aziende nei settori chiave dell'industria che trasferiscono all'estero parti della produzione è scesa da una su otto all'anno a una su undici. Alla base di questa evoluzione ci sono diversi motivi. Anzitutto il fatto che "gli imprenditori agiscono a volte in modo miope e non professionale, poiché non prendono in considerazione molti costi", come ha spiegato il presidente dell'Associazione degli ingegneri tedeschi (VDI), Bruno Braun. Molti, ad esempio, sottostimano i costi relativi alla creazione di una nuova rete di fornitori e clienti o le spese per controllare gli impianti. Inoltre la motivazione principale che spinge a spostarsi all'estero risiede nei costi per il personale. E proprio qui la Germania è tornata ad essere attraente. In primo luogo va infatti considerato che in molte imprese il costo del lavoro costituisce appena il 10% dei costi complessivi, come rivela lo studio. In secondo luogo, secondo i dati dell'Ufficio nazionale di statistica (Destatis), la Repubblica federale è il Paese Ue in cui lo scorso anno il costo del lavoro è cresciuto di meno. Tra i 27 membri dell'Unione europea la Germania si piazza al settimo posto, dietro Danimarca, Svezia, Belgio, Lussemburgo, Francia e Olanda (l'Italia è dodicesima).
Sempre secondo Destatis, tra 2001 e 2006, in seguito alle delocalizzazioni all'estero, le aziende con 100 e più dipendenti hanno tagliato in Germania 188.000 posti di lavoro (contro i 105.000 creati). Ad andare perduti sono stati soprattutto i posti che non richiedono elevate qualifiche professionali (125.000 sui 188.000 complessivi).
domenica 27 aprile 2008
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